Affidarsi all’esterno per innovare

Per essere sempre innovative, e presidiare l’evoluzione tecnologica, le imprese promuovono sempre più logiche di “innovazione aperta” che valorizzano e assorbono idee, competenze e conoscenze provenienti dall’esterno

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Che l’innovazione continua sia importante per competere lo sanno tutte le imprese. Introdurre nuovi prodotti, utilizzare nuove tecnologie, esplorare nuovi business, stando al passo con l’evoluzione scientifica e tecnologica, è oggi più che mai alla base dei vantaggi competitivi dei grandi player internazionali. Tradizionalmente, le attività interne di Ricerca e Sviluppo (R&S) avevano il compito di presidiare la frontiera tecnologica e di cogliere le opportunità offerte dal cambiamento. Oggi non è più così, e non solo perché c’è pressione sulla R&S per contenere i costi ed ottenere risultati. Molte grandi imprese stanno riducendo l’investimento in R&S interna perché si aprono all’esterno implementando strategie e logiche c.d di open innovation. La ratio è semplice: per una singola impresa rincorrere le fughe in avanti delle diverse sfere scientifiche e tecnologiche è impossibile anche se si dispone di budget milionari, e ricorrere agli apporti esterni, provenienti da tutto il mondo, ripaga ampiamente gli investimenti fatti.

Intesa in senso ampio, l’innovazione aperta indica tutte le modalità con cui le imprese ottengono idee, tecnologie e capacità dall’esterno. Una prima modalità concerne i challenge dei programmi di open innovation in senso stretto: l’impresa individua un’area di interesse – un problema da risolvere (ad esempio, nuove soluzioni tecnologiche per un determinato business), lancia – appunto – una sfida, fissa un montepremi, opera sul web una open call (segmentando in modo più o meno definito l’audience potenziale) e individua i vincitori. Disciplinati da un processo (scouting, selezione, awarding), questi “contests” permettono all’impresa di acquisire idee fresche e all’avanguardia a costi relativamente contenuti, e di tentare di sfruttarle a fini competitivi.

Da anni imprese come Procter & Gamble, IBM, Hewlett-Packard hanno promosso numerosi open innovation challenge. Uno dei casi più interessanti è probabilmente quello di General Eletric: con il programma Ecoimagination Challenge il colosso aziendale ha lanciato nel 2010 una call relativa ad idee per creare reti elettriche più intelligenti, pulite ed efficienti prevedendo 5 award di 100.000 dollari l’uno. Al termine del processo sono pervenuti circa 4000 idee/progetti, tra cui 1.600 presentati da start up, università, centri di ricerca, governi oltre che da ricercatori, nel complesso provenienti da oltre 160 paesi nel mondo. In Italia, il fenomeno non è ben monitorato ma ci sono fermenti. Ferrero nello scorso mese di maggio ha lanciato il “Ferrero Hazelnut Award Contest”, un premio che mira a finanziare e migliorare la ricerca e l’innovazione nel settore della coltivazione delle nocciole in tutti i suoi aspetti. Premi per un valore complessivo di 160.000 euro verranno assegnati a dottorandi e ricercatori di università, istituti di ricerca e di formazione no profit che presenteranno le tre migliori idee progettuali.

Spesso gli open innovation challenge sono anche il modo per individuare start up innovative nelle quali l’impresa può decidere di investire con l’intento di accedere a nuove conoscenze, tecnologie e prodotti. Una seconda modalità di innovazione aperta è infatti il corporate venture capital, che si basa sulla ricerca da parte dell’impresa “madre” di start up promettenti in cui investire capitali non tanto con l’obiettivo di ottenere un ritorno finanziario (come fanno i venture capitalist puri), ma con il desiderio di assorbire innovazione e tecnologia dall’esterno. Finanziare start up innovative significa infatti presidiare opportunità di sviluppi tecnologici e di business con un investimento che ha prevalentemente la natura di partnership strategica.

Ritornando a General Electric, il challenge descritto è rientrato in un più ampio programma che ha visto l’azienda acquisire quote di partecipazione in più di 20 start up investendo oltre 140 milioni di dollari. Il successo riscosso dall’iniziativa ha indotto GE a varare un programma analogo per il business sanitario, con il programma Healthymagination. Molte altre aziende hanno promosso iniziative di corporate venture capital: Intel, con Intel Capital, Google, con Google Ventures, GM, con GM ventures, 3M. In Italia fra gli altri (Enel, Vodafone Italia) Telecom, sin dal 2009, ha promosso TIM Working Capital, un programma che seleziona, finanzia e accelera start up in ambito digitale. Facendo leva su quattro acceleratori presenti a Milano, Roma, Bologna e Catania, Telecom ha esaminato più di 7.000 business idea, supportato 220 progetti ed investito più di 4,5 milioni di euro. Oltre 20 start up sono diventate fornitori dell’azienda e hanno successivamente raccolto ulteriori capitali sul mercato per 40 milioni di euro.

Quali sono le difficoltà che i manager incontrano nel promuovere strategie di innovazione aperta? Quali sono i rischi insiti in logiche innovative di questo tipo? Sicuramente una prima sfida riguarda i conflitti che possono nascere con la R&S interna. Sia le iniziative di corporate venture capital che gli open innovation challenge mettono in discussione le capacità di ricerca interne e sono spesso ostacolate dai ricercatori corporate. Una seconda difficoltà sta nel fatto che promuovere iniziative del genere richiede un forte impegno del vertice aziendale e l’introduzione di procedure e processi interni non banali che spesso non è facile da far digerire alla line aziendale. Infine, in particolare per il corporate venture capital, le evidenze dimostrano che le aziende tendono a ridurre gli investimenti nelle fasi recessive, quando forse è proprio in queste fasi che occorre innovare e affidarsi all’esterno per crescere.

di Mario Sorrentino

 

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