La concretezza dello Stato imprenditore

Lo stato americano è il più grande incubatore, il più ricco venture capitalist, il primo cliente e riesce a correggere il meccanismo del mercato e tracciare nuove traiettorie di sviluppo.

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Concrete Economics, il libro di Stephen Cohen e Bradford DeLong (Harvard Business Review Press), racconta di un’America alla ricerca di un indirizzo per il proprio mercato interno e protezionista, barricata dietro alti dazi doganali a difesa della nascente industria nazionale. Quella stessa America che oggi vediamo promotrice del libero scambio, come ad esempio per la Trans-Atlantic Partnership (TPP) del trattato USA-UE per una free trade area viene descritta come uno Stato interventista che utilizzava il debito pubblico per il finanziamento delle grandi infrastrutture e che cercava di influenzare lo sviluppo manifatturiero. In Concrete Economics i due professori americani rileggono la storia degli Stati Uniti lungo il file rouge di un unico disegno strategico, rivisitato ed elaborato da tutti gli abitanti della Casa Bianca per circa un secolo e mezzo in cui le politiche federali hanno tutte sostenuto un approccio concreto all’economia, volto ad espandere la base manifatturiera ed individuare e sfruttare le principali traiettorie tecnologiche degli ultimi due secoli.

Padre di questa impostazione fu Alexander Hamilton, primo Segretario del Tesoro USA nel 1789. Fu lui ad istituire la banca centrale e portare il debito degli Stati dell’Unione a livello federale. E fu ancora lui ad abbandonare la difesa delle posizioni di rendita latifondiste per passare ad un coraggioso sfruttamento delle materie prime e creare nuovo vantaggio competitivo nella nascente industria americana. Una nuova politica industriale in cui Hamilton sostanziava lo spirito imprenditoriale del sogno americano con avanzate infrastrutture, con la corsa agli armamenti e le nuove tecnologie NASA. Tutto, dunque, gira attorno ad uno stato-imprenditore come quello già raccontato da Mariana Mazzucato. Uno stato che vuole innescare l’iniziativa di nuovi imprenditori-innovatori e che vede come essenziale il suo intervento per rendere possibile lo sfruttamento di nuove tecnologie in ogni potenziale applicazione industriale.

In questo percorso, la politica americana ha messo da parte pregiudizi ideologici e strumenti concettuali solo apparentemente virtuosi. Gli autori di Concrete Economics sottolineano una strategia di crescita coerente, in cui gli USA si sono fatti alfieri del libero mercato e promotori del commercio internazionale solo quando le condizioni della loro industria lo hanno permesso. Negli anni ’80, però, l’emergere di impostazioni basate su ideologie liberiste e ha oscurato questa strategia per mezzo di un’acritica applicazione di deregulation e privatization. I risultati sono stati molteplici: da un lato la crisi della manifattura ed il declino del ruolo del settore pubblico, dall’altro l’emergere di un abnorme settore finanziario e dell’economia di servizio, il tutto insieme ad una forte polarizzazione della società ed alla perdita di quel potere che la classe media aveva faticosamente acquisito.

Chiedo a Stephen Cohen quale valenza il suo ragionamento può avere per l’Europa. La risposta è che anche le misure di austerity affondano le radici in una presa di posizione ideologica. Il Vecchio Continente difende la validità di uno strumento senza interrogarsi veramente sul tipo di società che l’applicazione di una strategia del rigore andrà a forgiare. “Guardo con curiosità a quello che sta avvenendo in Italia, alle riforme in corso di implementazione e al contributo che l’Italia può avere sul dibattito europeo” aggiunge Cohen, convinto che anche l’Europa debba provare a ridisegnare i contorni del suo vantaggio competitivo, magari guidata da un novello Alexander Hamilton.

di Alberto Di Minin e Chiara Eleonora De Marco

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