La Supply Blockchain

Questo è il terzo di una serie di tre articoli con i quali abbiamo aperto il dibattito su una tecnologia che ha il potenziale di rivoluzionare profondamente il modo con cui effettuiamo e governiamo le transazioni.

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Blockchain is more than just ICT innovation, but facilitates new types of economic organization and governance. Suggests two approaches to economics of blockchain: innovation-centred and governance-centred. Argues that the governance approach—based in new institutional economics and public choice economics—is most promising, because it models blockchain as a new technology for creating spontaneous organizations, ie new types of economies.”

Primavera de Filippi - Berkman Center for Internet & Society at Harvard Law School

Nel precedente articolo abbiamo definito “Supply Blockchain“ l’insieme di applicazioni finalizzate alla innovazione, anche disruptive, di alcune fasi delle supply chain di diversi settori, restando però nell’ambito delle regole attuali del sistema economico. Applicazioni quindi finalizzate all’innovazione dei modelli di creazione e distribuzione del valore da parte delle organizzazioni private e pubbliche. Questo è l’ambito in cui si stanno focalizzando l’interesse e gli investimenti delle grandi banche, delle grandi imprese e di alcuni governi. Si pensi ad esempio a fatto che il 10 agosto scoro HSBC e Bank of America hanno annunciato che stanno per sostituire la lettera di credito usata per i pagamenti internazionali con un sistema basato sulla blockchain con risparmi potenziali nell’ordine di miliardi di dollari.

È questa seconda famiglia di applicazioni che ci dimostrerà per prima la sua capacità di trasformazione delle transazioni almeno su tre fronti:


  • disintermediazione delle transazioni,

  • automazione di transazioni, e

  • cooperazione e condivisione in un contesto ad alta fiducia.



  1. Disintermediazione delle transazioni: la fine di molti business model


Negli ultimi vent’anni, Internet ha prodotto un enorme processo di disintermediazione permettendo ai produttori di collegarsi direttamente ai consumatori, scavalcando i grossisti e i dettaglianti. La sharing economy è l’estremizzazione e più recente incarnazione di questo concetto che sta spiazzando anche alcuni produttori grazie all’utilizzo di piattaforme mediante le quali chi possiede una risorsa, sia essa una competenza, un immobile o un mezzo di trasporto, può metterla a disposizione di chi ne ha bisogno.

La blockchain non farà altro che abilitare ulteriore disintermediazione. Certamente lo stesso bitcoin è un esempio di questo fenomeno, ma anche senza arrivare agli estremi “rivoluzionari” della valuta senza banca centrale, il potenziale innovativo nei settori finanziari è evidente e non sorprende che le grandi istituzioni finanziarie stiano sperimentando con la blockchain (si pensi al consorzio R3 o agli esperimenti sui credit default swaps. Ma attualmente esistono molti altri registri ancora tenuti centralmente come ad esempio quelli immobiliari o quelli dei beni mobili registrati quali armi o autoveicoli. Per quale motivo abbiamo ancora bisogno di istituzioni per dare affidabilità ai relativi registri se abbiamo a disposizione un metodo alternativo, meno suscettibile a manomissioni, ed infinitamente meno costoso? La supply blockchain pone una seria ipoteca su tutti i modelli di business legati all’esistenza di questi registri, da quelli degli uffici pratiche auto ai notai. Ma anche modelli di business molto recenti non saranno immuni, imprese come Uber e Air B&B rischiano di diventare rapidamente obsolete, sostituite da sistemi analoghi ma disintermediati grazie alla blockchain.


  1. L’automazione delle transazioni: gli smart contracts


Una grande quantità di risorse viene spesa per verificare, monitorare e garantire l’esecuzione degli accordi contrattuali, sono quelli che la teoria dei costi di transazione chiama “costi distributivi”. Il compratore ha pagato per tempo? Il venditore ha spedito come concordato? Tutto ciò produce spreco di risorse e riduce il valore creato nelle transazioni. È una sorta di costo generale che entrambe le parti devono sostenere senza grandi ritorni. Certamente preferirebbero evitarli ma sono costrette a sostenerli per tutelarsi dal rischio di comportamenti opportunistici della controparte.

Eppure molti contratti, almeno quelli più semplici, potrebbero essere automatizzati, tagliando così di netto i costi di transazione per entrambe le parti. Gli “smart contract” integrano i contratti all’interno di protocolli come la blockchain, che possono rendere l’esecuzione del contratto più efficiente ed automatica. Ciò sarà tanto più importante man mano che entreranno in funzione oggetti “intelligenti” (Internet of Tings) che potrebbero essere collegati a contratti di fornitura via internet, ad es. contratti con cui l’auto elettrica si carica negoziando il prezzo con diversi possibili fornitori o termostati intelligenti che permettono al fornitore di regolare i consumi del cliente garantendo però un livello di servizio minimo garantito. Queste transazioni mediate da computer possono integrare la vendita con la raccolta e la registrazione dei dati a garanzia delle controparti. Inoltre, al diminuire dei costi di transazione diventano economicamente realizzabili transazioni sempre più piccole.

Last but not least, nel momento in cui la supply blockchain divenisse ubiquitaria, verrebbe anche meno la necessità di tenere una contabilità come la conosciamo oggi: Pac-man mangia Pacioli. Anche su questo fronte stanno nascendo numerose iniziative ed affluendo investimenti


  1. Gli effetti sulla cooperazione: Sviluppo e utilizzo condivisi di infrastrutture strategiche


Affinchè l’Internet of Everything, ovvero l’Internet of things (IoT) unita all’ Internet delle persone, sviluppi appieno il suo potenziale le organizzazioni debbono diventare molto più brave a comprendere le opportunità ed elaborare una visione e delle competenze adatte ai tempi. Apportando necessariamente numerosi cambiamenti al loro modo di gestire persone e processi. Una strategia utile per muoversi in questa direzione sarebbe farlo assieme collaborando e condividendo l’informazione tra colleghi in modo da non dover reinventare la ruota. È in fondo ciò che avviene nelle community of pratice che stanno dietro allo sviluppo di tanto software open source condividendo librerie di oggetti.

La Blockchain ha un ruolo simile ma applicabile ad “oggetti” ben più critici di una software library. È improbabile ad esempio che molte organizzazioni avranno la capacità di gestire sistemi di archiviazione dati distribuiti, ma l’IoT richiede questa capacità e, come ha scritto Michael Porter sul numero di ottobre 2015 di HBR, i dati prodotti dall’IoT sono dati assolutamente critici per il successo e lo sviluppo strategico dell’impresa. Grazie a soluzioni basate sulla supply blockchain le organizzazioni possono affidarsi a sistemi condivisi di gestione dati, sicuri anche se esternalizzati, e focalizzarsi sugli elementi differenzianti della loro offerta di valore. Una infrastruttura condivisa di questo tipo potrebbe stimolare lo sviluppo dell’IoT tagliando i tempi di sviluppo dell’infrastruttura ed accrescendo il ROI dei progetti.

In conclusione possiamo dire che la blockchain è ancora lontana dalla perfezione, le diverse blockchain hanno bisogno di standard per permettere l’interoperabilità dei ledger, ci sono diverse questioni male interpretate  e ci sono ancora diverse questioni da risolvere sugli smart contract. Per questo la maggior parte delle organizzazioni sta ancora imparando, non facendo.

Ci saranno applicazioni errate e fallimenti evidenti. Ma è sempre stato così con le nuove tecnologie, resta il fatto che la blockchain offre un nuovo approccio all’archiviazione dei dati che, garantendone l’affidabilità, libera le imprese e le pubbliche amministrazioni dalla necessità di allocare risorse per costruire infrastrutture, rendendo tali risorse disponibili agli investimenti in attività che creano valore.

Anche in questo momento migliaia di innovatori in tutto il mondo stanno costruendo applicazioni basate sulla blockchain che servono a questo scopo. Ed è solo l’inizio.

di Francesco Venier

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