Gli indici di attrattività non bastano per gli investimenti

Per ottenere la localizzazione di investimenti non basta migliorare la posizione del Paese negli indicatori di “Attrattività internazionale”, ma servono politiche “industriali articolate.

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Nel corso dell’ultimo seminario di Cernobbio la “The European House-Ambrosetti” ha presentato un indice di misurazione della capacità dei Paesi di intercettare investimenti costruito in collaborazione con Abb, Toyota e Unilever.

Il nuovo indicatore, denominato “Global attractiveness index”, è basato su criteri innovativi, che, nell’articolo sul Sole 24 Ore del 4 Settembre, riguardano la velocità di cambiamento/staticità dei diversi Paesi e la sostenibilità in prospettiva del posizionamento raggiunto.

I nuovi elementi vengono trascurati negli indicatori analoghi attualmente più diffusi e, per quanto più ci interessa, portano ad un drastico riposizionamento del nostro Paese, che, infatti, occupa il 14° posto tra i 144 Paesi analizzati e non il 45° o 43°, come accade nel “Doing business report” della Banca Mondiale e nel Global competitiveness report del Wef, preceduta da Nazioni rispettabilissime ma ben lontane dai livelli di sviluppo industriale e civile del nostro Paese,.

Il Prof. Giovannini sottolinea che “I ranking internazionali hanno un’elevata capacità di influenzare scelte di localizzazione agendo sulla percezione degli investitori”.

In effetti, essendo significativo che le innovazioni introdotte portino l’Italia ad una posizione più vicina a quella comunemente percepita, va sottolineato che tutti gli indicatori richiamati non influenzano direttamente le scelte localizzative, ma, al massimo, le prime operazioni di screening dei paesi in cui realizzare investimenti.

Le scelte di localizzazione delle imprese, infatti, riguardano attività sia di produzione in senso stretto, che di logistica, di direzione (generale o di area), di ricerca o di distribuzione, ecc. e derivano dalla disponibilità nei siti prescelti di risorse “operative” non trasferibili che rappresentano input di rilievo per la competitività globale delle attività da localizzare: materie prime deperibili, infrastrutture della più diversa natura (logistiche, telematiche, di alta formazione, ecc.), specifiche competenze e propensioni individuali di produzione o di ricerca, sistemi di valori diffusi, presenza di attività complementari, ecc. Le risorse operative necessarie sono diverse non solo a seconda dei settori, ma anche delle particolari attività da localizzare e dei livelli di qualità perseguiti. Le risorse “monetarie”, invece, sottostanti a sconti fiscali, agevolazioni finanziarie, ecc. sono le meno efficaci e non garantiscono la “sostenibilità in prospettiva”, cui fa riferimento il nuovo indicatore: da un lato, nel tempo potrebbero generare problemi di finanziamento della spesa pubblica; dall’altro, sono facilmente imitabili da ogni altro paese anche nel breve periodo.

In definitiva, gli indicatori del tipo di quelli proposti possono supportare le imprese soltanto nelle prime fasi di screening, che riguardano soprattutto il “clima generale degli affari”; anche in queste fasi, tuttavia, le imprese possono essere interessate a modalità diverse di questa variabile in base alla natura delle attività da localizzare e alle loro scelte “etiche” di fondo. Data la diversità delle esigenze degli attori e delle attività che si intendono attrarre, i Governi (e quello italiano in particolare) devono preliminarmente definire quali attività (e di quale livello) intendono attrarre, individuando le risorse operative necessarie per le diverse attività, confrontando queste con le risorse (e potenzialità) già presenti nelle diverse aree e con la dotazione di altre aree potenzialmente concorrenti o con cui potere cooperare.

Non basta, quindi, cercare di migliorare la posizione nel ranking ed affidarsi a meri incentivi “monetari”; è necessario, invece, assumere piani di “politica industriale” differenziati per aree, attori ed attività, basati sull’offerta di risorse operative non trasferibili individuate in base alla conoscenza diretta dei comportamenti delle imprese.

di Paolo Stampacchia

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