Il diverso ruolo economico dei big di internet

Il successo dei nuovi protagonisti dell'economia segue meccanismi economici diversi dal passato.

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Nella rubrica Schumpeter, l’Economist del 4 febbraio scorso ricorda che i gruppi della new economy sono stati tra i primi a scagliarsi contro le misure anti immigrazione decise dal neo presidente americano Trump (http://www.economist.com/news/business/21716020-tech-firms-are-last-departing-their-see-no-evil-stance-society-and-politics).

Una presa di posizione illuminata si potrebbe pensare, eppure questa notizia ha dato lo spunto alla nota rivista inglese per soffermarsi sull’ ambiguo opportunismo dei grandi marchi di Internet. Essi infatti hanno bisogno del grande serbatoio di immigranti per attingere alle risorse migliori da impiegare nei propri campus (e avere come clienti fedeli in U.S.A. e nelle loro patrie).

Ma l’Economist si spinge oltre. I fondatori e CEO di Facebook, Amazon, Google, Uber e così via, osserva, mentre non perdono occasione per attribuirsi il merito delle proprie idee e dei nuovi prodotti, sono altrettanto abili a far passare le conseguenze economiche e sociali del loro operato come qualcosa di ineluttabile, di cui nessuno ha colpa. Dalla perdita di posti di lavoro, alla crescita delle disuguaglianze sociali.

E sono sempre questi player (continua l’Economist) che poco patriotticamente custodiscono all’estero montagne di cassa, che reinvestono nel loro business quote ridicole dei loro ricavi (24 cent per ogni dollaro guadagnato, da comparare con i 50 cents delle aziende della old economy), che evadono il fisco regolarmente.

Oligopolistici, arroganti e senza regole, conclude l’Economist, i grandi della Sylicon Valley non rappresentano sicuramente un esempio di leadership morale.

E nemmeno economica vorremmo aggiungere.

Il modello impostosi in questo secolo, con la polarizzazione tra oligopoli e micro imprese, grandi ricchezze individuali e gig economy, “l’economia dei lavoretti”, non appare infatti in grado di ripristinare quelle condizioni che possano garantire una crescita stabile, livelli accettabili di occupazione, l’arresto delle disparità di reddito e sociali.

Siamo nel bel mezzo di una crisi che ormai molti definiscono secolare e si è a questo punto esaurita la spinta delle vecchie scoperte tecnologiche. Pensiamo all’automobile su cui si è basato gran parte del successo economico del secolo scorso. La sua industria dava lavoro a milioni di lavoratori senza considerare gli indotti sterminati che alimentava. Se mettiamo assieme tutti gli occupati delle FANGs (Facebook, Amazon, Netflix, Google), arriviamo mal contati a 243.000 addetti. Contro i 225.000 della sola General Motors di oggi. Eppure quest’ultima capitalizza 55 miliardi di dollari rispetto ai 392 miliardi di Facebook (che di dipendenti ne ha 12 mila!).

È dunque necessario prendere atto che sono cambiati i protagonisti principali dell’economia e che il successo dei nuovi arrivati segue meccanismi economici diversi dal passato. La loro crescita non si irradia nel resto dell’economia e della società (o lo fa solo limitatamente). E gli imprenditori di oggi, da Mark Zuckerberg, a Larry Page o Jeff Bezos, certo mediaticamente più estroversi, inclini al glamour (e forse, perché no, alla menzogna) poco hanno a che fare con gli Henry Ford, gli Alfred Sloan per non parlare del nostro Adriano Olivetti.

Economisti, governi e uomini politici dovrebbero cominciare ad affrontare in modo serio questi temi. Possibilmente evitando la trappola di demonizzare oggi quel che in modo un po' troppo frettoloso e accondiscendente era stato inizialmente tanto decantato.

di Fabio Menghini

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