Giusto o conveniente?

I comportamenti personali in azienda come specchio dei sistemi valoriali: “Fare ciò che è giusto” o “fare ciò che serve”.

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“Se vuoi capire una persona, non ascoltare le sue parole, osserva il suo comportamento” (A. Einstein)

I comportamenti personali affascinano da sempre studiosi e ricercatori. Molte le teorie che nel tempo hanno tentato di sistematizzarli, tanti i saggi scritti, innumerevoli le posizioni filosofiche che hanno provato a decodificarne le matrici. La teoria dell’analisi transazionale di matrice Freudiana è probabilmente uno degli approcci più famosi al tema, così come il modello MBTI fondato sulle teorie di Jung.

Quest’ultimo parte dal presupposto che in ogni individuo siano presenti punti di forza e di debolezza e spiega come far leva sui primi ed essere consapevoli dei secondi, al fine di produrre uno stile manageriale coerentemente efficace e realizzare “la miglior versione di se stessi”.

Nel farlo, accende un faro su alcune dicotomie comportamentali (Extroversion-Introversion; Sensing-Intuition; Thinking-Feeling; Judgement-Perceiving) che si rivelano centrali per un manager ed in ultima analisi per ciascun essere umano. In particolare la dicotomia “Thinking-Feeling” è parte degli schemi che determinano il modo in cui si prendono le decisioni e si attua la leadership. Questa dicotomia produce due stili nettamente diversi e cristallizza sinteticamente ed efficacemente molti comportamenti in uno schema tanto semplice quanto potente: “fare ciò che è giusto” contro “fare ciò che serve”.

Esistono persone che agiscono in base ai valori ed alle convinzioni personali, esse non riescono ad operare se non in modo eticamente giusto, mettendo il bene, spesso comune, al primo posto in ogni situazione, anche a discapito del tornaconto personale. Prendono decisioni da una posizione coinvolta, cercano l’armonia e stimano l’impatto delle proprie scelte sui propri principi e quelli altrui.

Esistono persone che agiscono in base alla logica, esse non riescono ad operare se non in base a quello che serve fare, applicando criteri oggettivi in uno schema mentale di causa-effetto. Il punto di vista è distaccato e non rileva che una decisione sia percepita etica, importa che sia quella che occorre prendere in un determinato momento al fine di raggiungere gli obiettivi.

La mente di entrambi i gruppi vaglia situazioni, prende decisioni, sceglie persone, afferma o nega concetti in base al proprio codice di riferimento.

Gli esempi potrebbero essere infiniti, così come ovvia l’affermazione che giustizia e convenienza sono concetti relativi alla bilancia che li pesa. Banale anche la sottolineatura che quando una cosa deve essere fatta ed è anche giusta il problema non si pone perché le posizioni coincidono. Si provi però a pensare alle migliaia di decisioni prese ogni giorno da persone con stili decisionali così diversi, in ambiti come politica, economia o finanza, e questa dicotomia mostrerà tutta la sua forza.

Si tratta in fondo di sentimento contro ragione, eticità contro convenienza, dovere contro diritto, domani contro oggi. A un esame distaccato delle aziende e delle società civili sviluppate sembra essere il secondo profilo quello più diffuso e premiante, tanto che “il popolo dei giusti” appare a volte fuori contesto ed al più ingenuamente idealista.

In un recente articolo, Paolo Barnard racconta di come Ray Dalio, fondatore e CEO del potente Hedge Fund Bridgewater, sia talmente convinto della necessità di eliminare le emozioni ed i vortici valoriali nel prendere decisioni, da arrivare a lavorare sullo spegnimento dell’amigdala come soluzione finale.

Dice Ray Dalio: “I cervelli umani sono macchine. Il mondo è una macchina. L’economia è una macchina. Se nutriamo queste macchine con una immensa mole di dati, se eliminiamo l’emotività che porta a scelte irrazionali in politica ed economia, queste macchine non sbaglieranno quasi più”.

Forse un giorno la “Macchina” ingloberà davvero tutto e l’apoteosi della logica mostrerà appieno il suo valore. Quanto sarebbe bello però se così non fosse, se il mondo scegliesse la sua “umanità”, se prendesse “coscienza”, se riuscisse ad offrire semplicemente e potentemente la sua “miglior versione”.

di Simona Morcellini

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